Chiesa di Santa Maria in piazza

Chiesa di Santa Maria in piazza

Nella prima metà del XIX secolo la chiesa venne completamente ristrutturata. Si realizzarono un soffitto a camorcanna e una nuova pavimentazione che risolse il problema del fastidioso odore dei sepolcri sottostanti. Durante i lavori di restauro voluti dal priore Innamorati venne alla luce l’affresco della Madonna del latte, e durante quelli curati dal priore Barbarossa la Madonna di Loreto. Durante i lavori alla parete sinistra furono riscoperti altri tre affreschi, la Madonna in adorazione del Bambino, Sant’Antonio da Padova e San Francesco che riceve le stimmate. Inoltre, Michelangelo e Massimiliano Bedini dipinsero l’Assunzione della Madonna tra i Santi Giorgio, Sebastiano, Emidio, Carlo, Borromeo e Liberato da Loro. Negli ultimi restauri del 1972, 1982-1984 e del decennio successivo è ritornato alla luce un altro affresco raffigurante il Martirio di Santa Veneranda.

Il Crocifisso ligneo

crocifissoDi autore ignoto, è alto 80 cm e largo 58 cm, risale al XVI secolo. E’ un crocifisso processionale di confraternita, che, probabilmente, quando non veniva usato in processioni pubbliche, stazionava nella sacrestia della chiesa. Oggi viene esposto pubblicamente in occasione della liturgia del Venerdì Santo, durante l’Adorazione della Croce.
La scultura poggia su una base a forma di colline stilizzate, che rappresentano il Monte Calvario, ed il Cristo rappresentato segue l’iconografia del Christus patiens, il Cristo sofferente, raffigurazione che si diffuse in Europa dal XIII secolo, che sostituì la precedente del Christus triumphans, che mostrava il figlio di Dio con il capo levato, frontale, a volte inclinato leggermente a destra, con gli occhi aperti e senza corona di spine, con il corpo eretto, non appesantito né devastato dalle sofferenze, le braccia distese con i palmi aperti, come ad indicare un abbraccio rivolto ai fedeli nonostante la crocifissione, i piedi non incrociati ma poggianti su un piedistallo. E’ una iconografia che mette in evidenza non la sofferenza mortale, ma la divinità di Cristo e il suo trionfo sulla morte.
Al contrario il Cristo di Loro Piceno è estremamente sofferente, il capo, inclinato profondamente verso destra, è coronato di spine, gli occhi sono chiusi, le braccia si tendono fino allo spasmo dei muscoli sotto il peso del corpo, le mani e i piedi sono rigidi. In realtà, per alcuni versi, la resa scultorea ha qualcosa di anacronistico, trecentesca e bizantineggiante, con un linguaggio artistico antico.
Proprio per questo è difficile trovare un esemplare simile a questo per istituire un paragone. L’unico che si presenta confrontabile, nelle Marche, è il Crocifisso ligneo della parrocchia di Montesicuro, frazione di Arcevia, in provincia di Ancona, la cui datazione, XVI secolo, viene estesa anche a quello lorese, con cui presenta molti punti in comune nella resa formale.

Il Reliquiario delle SS.me Spine

E’ conservato in una nicchia a muro protetta da una porta nella cappella del SS. Crocifisso. Risale al XVIII ed è fatto di bronzo dorato, argento e cristallo, in buono stato di conservazione, a parte la mancanza della croce apicale.reliquio
Nel 1603 il Priore della chiesa Morelli interpellò un orefice fermano per ripulire e restaurare alcune suppellettili. Durante una delle fasi di ripulitura di un crocifisso professionale, al suo interno, vennero ritrovate le Sacre Spine. Con i proventi delle elemosine, il Priore fece eseguire la preziosa suppellettile che tutt’oggi contiene le Sacre Spine, come attesta l’iscrizione sul fondo del piede,
JACOBs/ MORELLs/ PRIOR/ D / LAURO/ ECC/ S/ MAR/ EX/ ELEMO/ FACIEN/ CURA/ 1609+
Giacomo Morelli, priore di Loro Piceno, si adoperò perché questo oggetto dovesse essere eseguito con le elemosine per Santa Maria. 1609
Nel corso di una visita del vescovo Borgia di Fermo, la teca cadde e la ricostruzione del vetro che si ruppe fu commissionata ai mastri vetrai di Venezia, sostituendo anche i sigilli in ceralacca del vescovo Ginetti con quelli di Borgia.
Il Reliquiario è stato forgiato in bronzo, argento e oro. Il piede è a base circolare e la decorazione è divisa in due dischi, quello intorno al bordo, con un motivo di fogliette intrecciate, e quello più interno, dove si innesta il fusto, in cui sono rappresentate tre teste angeliche, intervallate da fiori con un lungo gambo fogliato. Alle testine angeliche corrispondono tre foglie in rilievo all’inizio del fusto, a cui, a loro volta, corrispondono tre erme angeliche che, slanciando le braccia in alto, sorreggono il tabernacolo che poggia su un balaustro. Il ricettacolo ha la forma di un tempietto a pianta centrale, le cui membrature architettoniche, archi a tutto sesto decorati con dei motivi floreali stilizzati, separano la base bombata e la cupola, ornata da motivi fitomorfi e tre teste angeliche. L’opera è confrontabile con altri arredi sacri marchigiani, risalenti tutti alla fine del XVI come il Reliquiario delle SS. Spine a San Venanzio a Camerino, il Calice della cattedrale di Jesi ed il Calice della chiesa di Sant’Agostino a Grottammare, tutti di stile più raffinato e riconducibili all’area romano-toscana.
Perciò la bottega orafa che eseguì il lavoro era quasi sicuramente fermana, ma la fonte stilistica è debitrice di maestranze toscane e romane.
Il reliquario, purtroppo, è stato trafugato nel 2008.

La Madonna del latte

madonna_del_latteL’affresco fu riportato alla luce durante i lavori di restauro del 1911-1913. Lo stato di conservazione è grave, ma quello che rimane ci dà modo di credere che sia un’immagine a carattere votivo personale.
Il tipo di iconografia è abbastanza diffusa nel maceratese, insieme a quella raffigurante la Madonna di Loreto.
La Vergine è tradizionalmente abbigliata, indossa una veste rossa con ricami dorati, il manto blu riccamente bordato e preziosi veli.
Il motivo del velo con cui la Vergine cerca di coprire il Bambino nudo e il gesto della mano è particolarmente diffuso in area umbro-marchigiana.
Il Bambino, seduto su un cuscino appoggiato sulla gamba sinistra della Madre, veste di una semplice tunica bianca, al collo ha una collana di corallo, simbolo della Passione.
Tra la Madre e il Figlio si instaura un dolce colloquio, fatto di sguardi, terreni e mistici allo stesso tempo.

La Madonna di Loreto
Durante i rimaneggiamenti ad opera del Priore Barbarossa, venne ritrovato all’interno di una nicchia muraria, sotto un antico intonaco con funzione antiepidemica.
La collocazione attuale è ancora quella originaria, cioè l’area che ospitava l’altare della madonna di Loreto e di San Giovanni Battista. Risalente al 1480 circa, mostra il gruppo divino isolato, la Vergine è in piedi, riccamente vestita di rosso con il mantello blu, decorato sul bordo, il Bambino benedicente, vestito d’oro, è in braccio alla Madre. Alle loro spalle c’è una vistosa struttura architettonica, un baldacchino, che diventa una seconda cornice oltre alla nicchia nel muro. La Madonna e il Bambino sono incassati in un arco trilobato, e anche gli angeli ai lati, riccamente abbigliati secondo la moda del tempo e rappresentati in differente scala, sono incapsulati tra rosee colonnine rette dalle loro mani per alludere all’avvenuta traslazione. La scenografia della Santa Casa è esemplificata nelle forme di un portico di stile gotico-internazionale, con colonnine sagomate, pinnacoli a forma di pigna conica, fastigi mistilinei, orpellati da motivi fitomorfici e geometrici. Vi è uno strano effetto di controscambio con spinte in profondità e in superficie creato dal pittore in modo involontario per l’incomprensione della prospettiva metrica fiorentina, ed accentuato in parte dalla scansione delle finte tarsie marmoree dei timpani laterali, in parte dalle odierne e irrecuperabili lacune del dipinto.

Il plastico della Santa Casa di Loreto

plastico_di_loretoSi trova nella sacrestia della chiesa e lo stato di conservazione non è ottimale a causa dei materiali deperibili, legno, stucco e cartapesta, e per l’uso che se ne faceva durante le processioni. Mancano delle parti, ad esempio, il capo della Vergine e la sua pettinatura lasciano intendere che in origine fosse incoronata, e anche il globo che il Bambino tiene in mano sembra aver perso la tradizionale croce apicale, inoltre gli spigoli della Santa Casa mostrano evidenti abrasioni, poi restaurate, dalle quali se ne può dedurre che la casetta era originariamente arricchita da angeli trasportatori poi dispersi.
Fa parte di una lunghissima serie di esemplari presenti sul territorio centro-meridionale marchigiano. La devozione popolare per la Santa Casa ebbe inizio alla fine del XIII secolo, subito dopo il presunto evento miracoloso del suo trasporto a mezzo angelico nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294. Il culto crebbe nei secoli fino a concretizzarsi in vere e proprie processioni pubbliche e pellegrinaggi di privati. Per quanto riguarda Loro Piceno, dove il culto della Vergine fu sempre molto radicato, si ricordano processioni di una certa rilevanza a partire dal 1604.
Man mano che tali pratiche cultuali si consolidavano, si rese necessaria una forma di distinzione che facesse risaltare il devozionismo proprio di ogni comunità, così i plastici lauretani, trasportati a spalla durante le processioni, divennero anche simboli civici, accompagnati o meno dagli apprezzamenti della gente.

Il martirio di Santa Veneranda Parasceve

martirio_svenerandap L’affresco si trova sulla parete destra della chiesa a latere epistulae e risale al 1500 circa. Esso inizialmente era destinato, forse, all’altare di San Venanzo, poiché si conosce la concordanza biografica tra San Venanzo e Santa Veneranda Parasceve, a cui probabilmente era intitolato l’altare, dal momento che il culto della santa era praticato anche in altri centri marchigiani. Sull’autore si possono solo avanzare delle ipotesi, derivanti dall’insolita iconografia e dall’analisi stilistica.
L’opera, impaginata su due livelli, illustra in basso, sotto una trabeazione sostenuta da colonne corinzie, il martirio di Santa Veneranda Parasceve, e nella lunetta in alto il Compianto del Cristo sul luogo della sepoltura. Vengono uniti due temi, uno diffusissimo, quello del Compianto, e il Martirio di Santa Veneranda Parasceve, particolarmente raro. La santa, vissuta durante l’impero di Antonino Pio, fu torturata, nel tentativo di farla apostatare, facendole indossare un elmo incandescente, appendendola per i capelli e torturandole il corpo, poi immergendola in una tinozza d’olio bollente, momento che è rappresentato nell’affresco, ed infine inchiodata a terra con dei paletti. A tutto ciò sopravvisse. Allo stesso modo, Cristo, dopo la Crocifissione, risorgerà dopo tre giorni. L’unificazione di questi due modelli iconografici mostra come, con la fede, si possano trasfigurare il dolore e la sofferenza. Nel 1497, a Loro Piceno ci fu una tremenda epidemia di peste e questa data deve essere assunta come termine post quem per individuare la cronologia del dipinto, infatti la santa assunse con il tempo il valore di guaritrice. Il culto di Santa Veneranda nelle Marche è legato a comunità albanesi che lo portarono in questi luoghi nel XV secolo, anche se poi assunse il carattere di culto locale.
Entrambe le parti sono caratterizzate da un ritmo triadico, scandendo un percorso di fede fatto per gradi. Il credente si rivolge in preghiera alla santa, anche lei sofferente, ma mediatrice delle miserie umane, che si rivolge in preghiera al Cristo deposto, esempio di virtù per eccellenza, diventando una immagine nell’immagine. La martire è raffigurata in abito monastico mentre recita il rosario che tiene tra le mani, ai lati sono raffigurati i due aguzzini che alimentano il fuoco, uno con un soffietto, l’altro con materiale combustibile. I due uomini sono rappresentati realisticamente negli abiti, nella gestualità, nelle espressioni facciali, nella descrizione delle vene indurite e rigonfie, contrapposti alla mimica stereotipata del Compianto. Sullo sfondo, tre drappi scandiscono la tripartizione delle figure, due uguali e riccamente decorati si stagliano dietro i due uomini e al centro una lunga stoffa rossa, che mette in risalto la protagonista e che contemporaneamente simboleggia la Passione.
Sulla lunetta, Maria Maddalena e Giovanni Evangelista compiangono il Cristo morto, dal volto stravolto e deforme, che giace sul ciglio di un sarcofago costruito con una insolita assonometria e arricchito da un intaglio geometrico fatto di rettangoli degradanti. La resa della Maddalena è ambigua a causa dell’uso degli attributi della Vergine. Il tutto è incorniciato da una fascia ornamentale con motivi fogliacei e cornucopie stilizzate che si intrecciano con un ritmo alternato su un campo arancione.
Degno di nota è il puttino inserito sulla trabeazione in atteggiamento giocoso, che indica la continuità tra le due scene. Tale modello, proveniente solo dall’area ferrarese-padovana, fu diffuso nelle Marche dallo stile del Crivelli. Questo ed altri elementi, come il drappo rosso che fa sfondo alla santa e il nastro con il nodo all’insù che cinge la vita della Maddalena, sono indicazioni della possibile provenienza dell’affresco dalla bottega del famoso pittore marchigiano.

Chiara Negromanti Tini

Bibliografia
P. Consolati, F. Mucci, C. Nalli, Loro Piceno, Milano, Giuffrè, 1998.

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