Castello di Brunforte

Castello di Brunforte

Castello di Brunforte

Il castello si chiude ad U intorno ad una corte, i cui lati sono delimitati ad est dalla chiesa del Corpus Domini e dal coro, a sud dall’ala dei dormitori e ad ovest da una parte delle mura urbiche. Il Parco Girone rappresenta il confine settentrionale di tutto il complesso che presenta una superficie che occupa tre livelli fuori terra e tre seminterrati.
Al piano terra si trovano la foresteria, la cucina seicentesca, la cucina nuova, il refettorio coperto a volte e arredato con pregiati tavoli a banco in stile “fratino” veneziano degli inizi del ‘700. Nell’ala occidentale vi sono una lavanderia ed un forno. In fondo al cortile, dallo stesso lato della lavanderia, si accede attraverso una piccola porta alla ‘Torre degli Impiccati’.

Cucina seicentesca

Cucina seicentesca


Nel primo piano seminterrato si aprono grandi locali finestrati con volte a crociera in mattoni e archi ogivali, residui medievali dell’antica struttura del castello. Nel corpo centrale sono collocate una grande cantina con volte a botte, vasche e caldaie per la lavorazione del vino cotto. Nel secondo seminterrato vi sono stanze con il soffitto ligneo e volte a crociera.
All’interno la varietà degli ambienti e l’articolazione degli spazi costituiscono motivo di grande interesse architettonico a cui si aggiunge l’eccezionale vista panoramica.
L’antica rocca dell’abitato sorgeva sul fondo in Monte Gemuli, attualmente denominato Girone. Il luogo fu ribattezzato “Monte di Gemiti”, forse in ricordo delle leggende che faceva di Loro Piceno luogo di deportazione dalla vicina Urbs Salvia o per le esecuzioni capitali che probabilmente vi si svolsero a causa del fatto che i signori che detennero il forte fino alla prima metà del XIV secolo si occupavano anche della giurisdizione criminale.
Una iscrizione su lamina di piombo, rinvenuta nel 1309 nel corso della demolizione di un antico muro che cingeva una torre della rocca, attesta che le mura castellane furono restaurate durante l’impero di Ottaviano, dal patrizio Valerio Arunzio. Da ciò si è portati a pensare che il castello fu costruito sui resti di un castrum romano, nonostante l’iscrizione non sia più reperibile se non per una trascrizione conservata nella Biblioteca Comunale di Fermo.
La costruzione del castello potrebbe farsi risalire alla metà del XIII secolo, ma la sola fonte iconografica che possediamo per la ricostruzione dell’antica conformazione è un disegno contenuto nel manoscritto del 1653 del parroco lorese Francesco Franceschini intitolato Lodi degne alla Marca di Ancona per li spirituali tesori che possiede.
Secondo questo disegno, all’interno della cinta muraria sorgevano due torri, una con fondazioni nella terra e l’altra su un basamento massiccio di pietra, distanti 80 passi l’una dall’altra. L’area erbosa, delimitata da una seconda cinta muraria interna, costituiva il cosiddetto girone o girifalco, che rappresentava l’ultima difesa per i castellani assediati, qualora il nemico fosse riuscito a penetrare la prima difesa. Nella parte sommitale del castrum si collocava il palatium dei Signori. Quando, alla fine del XIV secolo, i Signori persero il diritto sul paese, il complesso architettonico ospitò luoghi di interesse pubblico, come il Palazzo di Giustizia, il Palazzo dei Priori, le carceri, un pozzo e un mulino a vento.
Dalla metà del XVII secolo la struttura dell’antica rocca subì notevoli trasformazioni legate all’erezione nel monastero del Corpus Domini, fondato nel 1693. Con l’arrivo delle monache, il corpo del dormitorio, il parlatorio, la foresteria, la cucina nuova e quella vecchia, furono alzati di un piano fuori terra.
Secondo una tradizione orale, accanto alla torre sud, esisteva un ponte levatoio che fu murato nel XVII secolo, che serviva per attraversare il fossato che circondava il castello nel lato sud-ovest. Questo sarebbe confermato da una pergamena del 1441 dove si parla espressamente delle abitazioni dei Signori di Loro poste tra il fosso, il ponte e la scarpata del cassero da un lato, e il girone del castello dall’altro.

Le Torri
E’ attestato che esistesse una torre, detta turris magna, crollata nella metà del XVI secolo, che fosse più alta del cassero, nello spazio in cui oggi si trova la cisterna dell’acquedotto pubblico, lungo la scalinata del Girone.
Nel 1570 la torre crollò per metà, così per salvaguardare chi abitava intorno, il Comune ne ordinò la completa distruzione e, dal 1571, il materiale edilizio della torre fu ceduto per la costruzione del convento dei Minori Cappuccini, della chiesa di Santa Maria del Soccorso, del monastero del Corpus Domini e di alcuni tratti delle mura castellane.
Attualmente dalla struttura del castello emergono quattro torri, da ponente verso levante: la Torre degli impiccati, la Torre merlata, la Torre mozzata e la Torre della Vittoria.

La Torre degli impiccati

Torre degli Impiccati

Torre degli Impiccati

Nelle mura occidentali sbucano ad intervalli costanti delle torrette rompitratta a base quadrata che fuoriescono dal perimetro della cortina. Nella torretta centrale, si trova una bombardiera poco visibile a chi transita lungo la strada, presumibilmente serviva ad attaccare l’assalitore gettando bombarde con un tiro di fiancheggiamento. A breve distanza strapiomba dalle mura castellane un piccolo torrione piantato su tre piloni congiunti da due archetti attraversati a loro volta da una trave di legno, ed una leggenda popolare narra che servisse come luogo di impiccagione. Dal piano terra del monastero, precisamente dal giardino, si può accedere all’unica stanzina della torre.

La Torre merlata

Torre Merlata

Torre Merlata

Nell’angolo sud-ovest della cortina si innalza la torre merlata di avvistamento e di difesa disposta a 45 su pianta quadrata. Questa disposizione ruotata serviva per difendersi in maniera frontale, riducendo il vantaggio che gli assalitori avevano attaccando il fortilizio sulla diagonale esterna dell’angolo. La torre, probabilmente coronata da una merlatura ghibellina, serviva ai difensori per sfuggire al tiro delle balestre del nemico rifugiandosi dietro ai merli ed affacciandosi solo per il contrattacco. Al suo interno ci sono tre piani fuori terra ed uno seminterrato. Nel piano seminterrato si trova una stanzina, a cui si accede dal primo piano attraverso una botola, che era adibita a prigione.

La Torre mozzata

Torre Mozzata

Torre Mozzata

In posizione centrale nel prospetto meridionale del castello, sembra sia stata mozzata nella sua altezza. All’interno dei essa abbiamo due piani, uno fuori terra con la lavanderia, dove sono ancora visibile le tracce degli antichi lavabi e, l’altro seminterrato, adibito a deposito.

La Torre della Vittoria
si veda sezione dedicata.
Il palazzo di Giustizia (o del Vicario)

Unito alla torre dell’orologio, il palazzo fin dal XV secolo costituiva la residenza del vicario fermano. Sorgeva ad una distanza di 80 passi dal palazzo dei priori e sin dal 1572 ospitava il pubblico orologio, trasferito all’inizio del XVII secolo nella torre civica.
Riguardo alla struttura interna, negli atti consiliari ricorre il riferimento alla sala magna, dove si tenevano le sedute, intorno a questa stanza c’erano la stanza con il caminetto, la camera, la prigione e la prigione sotto la scala. Alcuni documenti, con il riferimento ad un palazzetto del belvedere e una loggia inferiore, fanno pensare che ad un doppio livello su cui si sviluppa il palazzo, sia alla presenza di un cortile interno.
Il monastero del Corpus Domini
La decisione di trasformare il palazzo di giustizia in edificio religioso risale al 1610. La nobildonna Gabriella Adami, che aveva vari possedimenti a Loro, destinò parte dei propri averi alla costruzione di un monastero femminile, a cui partecipò anche il Comune. Nel 1623 si decise di cedere per la realizzazione del monastero il palazzo del vicario, quasi inabitabile. Nella metà del XVII secolo si aggiunsero i lasciti di molti altri donatori Loresi, che permisero l’ampliamento del monastero con la costruzione della chiesa del Corpus Domini. Durante i lavori, furono ritrovati un pozzo sotterraneo, una macina, pietre incise e numerose monete romane risalenti all’età imperiale, ulteriore dimostrazione della presenza di un castrum romano alla base dell’insediamento medievale.
Le monache di clausura entrarono nel 1692. Nel XVIII secolo il monastero era sprovvisto di chiostro ed esistevano due piani adibiti a dormitori. Le celle eccedenti vennero usate per altre funzioni, come magazzino di suppellettili sacre, portineria, spezieria, cucina, vestiaria e cellaria.
Nel 1882 furono avviate le pratiche per la restituzione del monastero al comune, lasciandone però una parte alle monache.
Il castello fu oggetto di moltissimi restauri soprattutto a causa di più di un terremoto che lo colpì nel XX secolo. Nonostante ciò, nel 1938, l’edificio venne dichiarato monumento nazionale assoggettato alla tutela della Soprintendenza ai Monumenti d’Arte di Ancona.
La chiesa del Corpus Domini
Occupa lo spazio est del castello, confina in questo lato con la strada a nord con il parco del Girone, a sud con il monastero ed ad ovest con il giardino-orto. La chiesa fu benedetta nel 1693 e successivamente consacrata nel 1741.
Nel 1728, risulta che la chiesa avesse un tetto a capanna, fosse in parte soffittata con dei tavoloni e avesse sette altari, tra cui quello principale dedicato a Gesù Cristo. Comunicava con il monastero dalla parte del coro, posto dietro l’altare maggiore.
Alla fine del ‘700 la chiesa era in buono stato, aveva due porte, una meridionale, contigua alla porta esterna dell’orto e l’altra, orientale, verso la porta superiore in cui era situato il parlatorio del monastero. Internamente sul lato ovest vi erano due cappelle, una dedicata a San Giuseppe e l’altra alla Madonna del Rosario.
Sul lato orientale c’era una cappella dedicata a San Francesco di Paola, comprendente una nicchia con la statua del santo e un’altra con la statua di San Domenico. Sopra l’altare maggiore si innalzava un cappellone di stucco con delle colonnette e, ai lati dell’altare, vi erano due ovali raffiguranti San Giacinto e San Vincenzo Ferreri. Non esiste una sagrestia, per l’angustia del sito e il soffitto ha una volta a botte ed è decorata con stucchi in gesso, negli altari vi sono due tele, una raffigurante la Madonna del Rosario e l’altra il Patriarca San Giuseppe del pittore Filippo Ricci di Fermo, e sull’altare maggiore si può ammirare la tela l’Istituzione dell’Eucarestia della scuola del Pomarancio, nella parte posteriore dell’altare, invece, vi è un coro in noce lavorato con una Via Crucis ed un organo del ‘700.
L’Istituzione dell’Eucarestia
L’opera è esposta sull’altare maggiore della chiesa del Corpus Domini, annessa al monastero di San Domenico. Il dipinto ha probabilmente subìto alterazioni delle dimensioni originarie, lo si nota dall’analisi della patina pittorica e dal rapporto tra la struttura dell’altare e della cornice con l’ambientazione architettonica del dipinto, paragone che evidenzia una mancanza di continuità e di progettazione unitaria. Si nota anche come il ciborio baroccheggiante posto al centro dell’altare oscuri parti non rilevanti del dipinto. A testimonianza di ciò c’è il lungo lasso di tempo tra l’esecuzione del dipinto (1590-1610 c.) e l’istituzione ufficiale del monastero. Sappiamo che alla fine del XVII secolo l’opera fu esposta stabilmente sull’altare maggiore dell’attuale chiesa.
Circa la provenienza, l’ipotesi più logica è che il committente fosse un membro della compagnia del SS.mo Sacramento, confraternita che fu particolarmente attiva dal pontificato di Sisto V (1585-1590) a seguito della propaganda tridentina del Mistero dell’Eucarestia.
L’immagine non ci presenta precisamente l’Ultima Cena, ma l’Istituzione dell’Eucarestia, e mentre il primo tema fu sempre diffusissimo, il secondo diventerà popolare solo dopo il Concilio di Trento. I sinottici raccontarono nei particolari l’Ultima Cena, poi i vari artisti selezionarono il fotogramma più adatto da rappresentare. Per quanto riguarda il dipinto, l’artista seguì le indicazioni del concilio tridentino sull’istituzione dell’Eucarestia e sulla Transustanziazione del pane e del vino.
L’opera rappresenta Gesù nell’atto di istituire il sacramento eucaristico con la benedizione del pane. Mancano sulla tavola i resti delle pietanze, poiché l’intenzione è quella di rappresentare un pasto simbolico, un rito.
L’accento posto sulla transustanziazione, cioè la presenza effettiva nel pane e nel vino del corpo e il sangue di Cristo, serviva a contrastare le varie eresie, prima tra tutte il protestantesimo, che minacciavano le basi della Chiesa cattolica. Perciò questa immagine voleva evidenziare che Cristo fu il primo sacerdote officiante e che egli istituì il sacerdozio degli apostoli dando loro il potere di transustanziare le specie eucaristiche nel suo corpo e nel suo sangue. Questo potere che il Messia trasmise ai suoi discepoli sarebbe stato destinato a tutti i sacerdoti della Chiesa cattolica e non ad altri, con chiaro riferimento all’eresia protestante.
Il dipinto che stiamo illustrando rende evidente senza ambiguità questo clima storico e culturale, e rispetta dal punto di vista formale, oltre che iconografico, i contenuti ora esposti.
In un interno spoglio e buio, architettonicamente semplice, con una apertura che dà su un anonimo paesaggio crepuscolare, sono riuniti attorno al Cristo i Dodici, in atteggiamenti composti e devoti. La cena è simbolica e allude alla Comunione degli Apostoli. Il Redentore è l’unico ad essere individuato da un’aura divina, mentre rivolge gli occhi al Padre per eseguire le sue volontà. Benedice il pane che sarà poi diviso tra i discepoli. Il fulcro visivo della composizione è il Messia, e tutto, gesti, sguardi, luci e ombre ruota attorno alla sua figura. Tutti gli elementi mirano ad esaltare l’istituzione del SS.mo Sacramento, l’ora crepuscolare, l’atmosfera intima data dalla penombra, la forma sintetica dello spazio scenico, la disposizione dei personaggi in cerchi concentrici, la posa molto studiata del discepolo davanti a Cristo, che dopo aver versato il vino nel calice eucaristico, si inginocchia in segno di fede e nello stesso tempo si discosta per occultare il sacro evento alla vista dei spettatori del dipinto, l’atteggiamento di preghiera dei partecipanti, tra cui Giovanni, Pietro e Simone sono i più attenti al rito, l’assenza dei residui del pasto, il candore della tovaglia con sopra solo il calice. E’ a parte la rappresentazione di Giuda Iscariota, l’unico che guarda Cristo in volto, perché non ne riconosce la divinità, e il sacchetto legato alla cintura contente, probabilmente, i trenta denari, ne è la prova. Giuda è anche l’unico tra i Dodici che crea un certo disordine durante il rito sacro, al quale, tra l’altro, non partecipa con nessun gesto di devozione, increspando un lembo della tovaglia e appoggiandosi volgarmente su di essa, quasi a mostrare di essere in procinto di andarsene.
A parte ciò il resto della composizione è lineare e senza interruzioni, tanto che la pittura è un po’ sottotono, smorzata nelle sue peculiarità a favore dell’efficacia didascalica.
Il Parco Girone
Alla fine del XVII secolo l’assetto originario del Girone del castello era notevolmente modificato, alle varie costruzioni, infatti, si era accompagnata una riduzione degli spazi verdi. L’antico orto che si estendeva lateralmente al Palazzo di Giustizia venne inglobato all’interno del chiostro del monastero e nel 1805 le monache, lamentando che il loro orto era uno spazio troppo angusto e che spesso erano infastidite dai sassi che gli abitanti del paese si divertivano a tirare all’interno, chiesero al Comune di poter acquistare il Girone, cosa che fu accordata. Quando il monastero fu riscattato dal comune il Girone ritornò ad essere uno spazio pubblico. Dopo un periodo di abbandono, nel 1904 fu avviato un progetto di piantumazione di nuovi alberi che rese il Girone luogo di ritrovo per le principali manifestazioni che vivacizzavano la vita del paese.
Le mura
Le mura di cinta che circondavano il nucleo fortificato si estendevano per tutto il circuito dell’abitato, ma nel ‘700 andarono incontro ad un progressivo disfacimento e risultarono pericolanti in più parti, soprattutto nei pressi di porta San Benedetto, ora Porta Pia.
Nel 1847, in seguito a piogge abbondanti, crollò il tratto meridionale delle mura da sole contiguo all’orto di casa Adami-Azzolino, che sorgeva nei pressi dello spiazzo erboso sottostante il castello. In questo sito le acque piovane, che si raccoglievano in un fosso contiguo alle mura, erano convogliate in una vasca esistente nell’orto delle nobile famiglia e impiegate per la fabbricazione di pietra cruda. I richiami costanti alla presenza di acqua in questa zona inducono ad ipotizzare la presenza di un fossato, di cui si conserva il toponimo “Pantanaccio”.
Dopo i terremoti del 1943 e del 1972 le mura subirono ulteriori danni che furono sistemati nel 1993.
Le porte
La cinta muraria che circondava esternamente il paese era interrotta in quattro tratti corrispondenti ad altrettante porte che prendevano il nome dalla chiesa del quartiere in cui sorgevano.
Le porte erano sorvegliate stabilmente da guardie che dovevano saper leggere e scrivere per poter ritirare e consegnare i bollectini, cioè appositi lasciapassare richiesti ai forestieri specialmente in tempi di epidemie. Le chiavi con cui venivano chiuse nelle ore notturne dovevano essere riconsegnate al vicario.
Porta San Benedetto
oggi Porta Pia, si veda sezione dedicata.
Porta San Giovanni
Era situata nei pressi della chiesa della Madonna del Soccorso, al centro di un importante nodo viario che attraverso la strada del Varco collegava il paese a Mogliano, Petriolo e l’Abbazia di Fiastra, ed era questa la porta che in tempo di peste veniva più frequentemente murata.
Nel 1862 essendo pericolante venne demolita e sostituita da due piccoli murelli di guardia. La strada del vicino cimitero sito nel piazzale della chiesa della Madonna del Soccorso venne allargata e munita di un muro di contenimento.
Porta San Francesco
Sorgeva nel tratto finale del Girone e l’attuale giardinetto attiguo alla chiesa di San Francesco. Nel 1796 le mura a ridosso del Girone furono riparate ed unite a quelle da poco restaurate del convento attraverso un arco che sarebbe servito in seguito per impiantare una nuova porta destinata a sostituire quella di San Giovanni, semidistrutta nel 1765.
Porta Santa Lucia
Sorgeva tra la chiesa omonima ed il palazzo Evangelista-Bernetti, lungo il tratto della circonvallazione est. Provvista di una copertura nel 1843, fu demolita nel 1876, quando il corpo della chiesa di Santa Lucia venne allungato fino alla strada di circonvallazione.

Chiara Negromanti Tini

Bibliografia
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Laura Linfozzi, Tania Pisani (a cura di), Inventario dell’archivio storico comunale di Loro Piceno, Comune di Loro Piceno, 2004.
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Laura Linfozzi, Tania Pisani (a cura di), Loro Piceno, Comune Loro Piceno, Provincia di Macerata, Regione Marche, Comunità Montana dei Monti Azzurri, CD, 2002.
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Paola Consolati, Fabrina Mucci, Claudio Nalli, Loro Piceno, Giuffrè editore, Milano, 1998.

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