Mostra permanente delle attrezzature e degli utensili per il vino cotto

Vino tipicamente marchigiano, il vino cotto è prodotto in particolare in una ristretta zona enologica, quella del maceratese e di una parte del fermano. Mostra permanente delle attrezzature e degli utensili per il vino cotto
E’ un vino gustoso, dal colore giallo ambrato con tendenze a sfumature nocciola, definito proprio per questa tonalità occhju de gallu, limpido e dal profumo fruttato, molto adatto in abbinamento a dolci.
La sua produzione è antichissima, ne parla già Plinio nel 70 d. C., e altrettanto antica è la tecnica di vinificazione, rimasta sostanzialmente invariata.
In tutte le Marche nonostante la sua produzione e il suo consumo siano ormai ampiamente diffusi, il paese che più di tutti ha acquistato fama per la qualità di tale tipologia di vino è proprio Loro Piceno. Ciò è confermato anche dal fatto che nei palazzi nobiliari e padronali si sviluppò una particolare architettura per la pigiatura dell’uva e della bollitura del mosto nelle voluminose caldaie di rame in strutture in muratura.
Fino al 1985, l’articolo 2 del C.P.R. del 12 febbraio ne vietava la commercializzazione, non considerandolo propriamente un vino. Tuttavia, dopo una battaglia durata anni, il vino cotto di Loro Piceno ha ottenuto finalmente di poter essere commercializzato, con decreto ministeriale del 18 luglio 2000 è stato inserito nell’elenco nazionale dei prodotti tradizionali.
Loro Piceno dedica ogni anno al vino cotto una festa ricca di manifestazioni, la Sagra del Vino Cotto. Iniziata nel 1948 come Festa dell’Uva con festeggiamenti semplici e popolari, con carri allegorici addobbati con viti e grano, è giunta oggi ad essere un avvenimento apprezzato a livello regionale.

Mostra permanente delle attrezzature e degli utensili per il vino cotto

A questa tradizione è legata anche la Mostra Permanente del Vino Cotto, allestita negli ambienti adiacenti al chiostro della chiesa di San Francesco.
L’allestimento, pensato come un percorso dalla raccolta dell’uva all’invecchiamento del vino nelle botti, inizia con canestre in vimini e canne, cassette di legno e viunzitti, le bigoncette, che erano usati per la raccolta delle uve durante lo velegnà, la vendemmia. Dopo la raccolta, l’ùa o era gettata nelle canà, recipienti a base rettangolare o quadrata di legno o in muratura dove veniva pigiata, oppure in una pigiatrice manuale come quella in mostra. Lo musto così ottenuto, si raccoglieva in una secchia, la secchja, contenitore in legno con due doghe opposte più alte delle altre, da utilizzare come presa. Le scorze e i graspi erano messi ne lu trocchju, il torchio, per la seconda spremitura.

All’interno dell’allestimento è stata ricostruita in muratura la fornacchiola, costituita da una caldaia in rame e sotto il luogo per far ardere un fuoco a legna’, utilizzata per cuocere il mosto, versato al suo interno con lu stanatu, attrezzo di rame con manico, come un grande ramaiolo.Mostra permanente delle attrezzature e degli utensili del vino cotto

Durante la lunga bollitura, che arrivava anche a 12 ore, sulla superficie del liquido era passata la schiumarola, una ramina per schiumare il mosto.

Con la ‘mbottatora, una sorta di grande imbuto, si riempivano le votti con il vino ancora caldo, operazione che veniva fatta con lu stanatu, o con le ‘moderne’ pompe meccaniche.

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